Anche Ercole ha il diritto di lamentarsi

lamentarsi nella Sclerosi Multipla
Né vittima né eroe, semplicemente essere umano.

Quando si affronta la diagnosi di Sclerosi Multipla, si può essere attratti dall’aspettativa di essere dei guerrieri, dei lottatori instancabili. Eppure talvolta è necessario pretendere per sé un diritto, il diritto di lamentarsi della Sclerosi Multipla.

Le dodici fatiche

Ercole è l’eroe che, grazie al suo spirito guerriero e ad un’immensa forza fisica, riesce a compiere delle imprese sovrumane, le famose dodici fatiche. All’interno del mito, Ercole sconfigge di volta in volta mostri, animali feroci e addirittura la morte. Dunque l’eroe, per sua natura, sembra essere poco avvezzo alla lamentela.
“Lamentarsi” è quasi un verbo-tabù nella nostra cultura, eppure il suo significato etimologico fa riferimento alla possibilità di gridare o di emetter fuori la voce. Il senso della parola lamento può essere allora “il dimostrare con voce cordogliosa e con lacrime il proprio dolore” (tratto da etimo.it).
Quando si tenta di essere degli eroi, si rischia – in maniera impercettibile ma continua –  di pretendere da se stessi di dover affrontare dei mostri senza la possibilità di dar voce alle proprie difficoltà.

La trappola dell’eroe

Di fronte alla Sclerosi Multipla, una persona può credere di dover fare un po’ come Ercole: sopportare dodici (e più) fatiche con l’idea di essere, obbligatoriamente e sempre, una persona forte, un vero e proprio guerriero.
Ecco che si può innescare, allora, una grande trappola. Di fronte alla stanchezza, alla paura di un nuovo sintomo o alle preoccupazioni sull’uso di un farmaco, la persona può chiudere in un cassetto tutte le proprie emozioni per mantenere l’espressione impassibile di un eroe. Per il “guerriero” non c’è spazio per un lato squisitamente umano: la possibilità di cadere, inciampare. E quindi di poter talvolta piangere, ripetere più e più volte le proprie paure ad un amico o un familiare.

Ecco allora che scopriamo l’importanza di prendersi il diritto di lamentarsi della Sclerosi Multipla.
Nel vivere le diverse fatiche imposte dalla Sclerosi Multipla, bisogna concedere a se stessi anche lo spazio per fermarsi, sedersi e semplicemente dire ad alta voce quanto/se quelle cose sono fonte di sofferenza. Significa darsi la possibilità di dar voce al proprio malessere, concedersi un momento per fermarsi e riprendere fiato. Rallentare.

La trappola del lamento

«E se lamentandomi mi accusano di vittimismo?»

Lamentarsi, esprimere il proprio dolore per la diagnosi di Sclerosi Multipla, raccontare la fatica di ogni giorno o condividere i propri pensieri. Questi elementi possono entrare con prepotenza nelle relazioni: i propri cari possono sentirsi oppressi dal peso emotivo di queste condivisioni ed accusare la persona di “lamentarsi troppo” o di “fare la vittima”.

Così la trappola del lamento può essere quella di trovare dinanzi a sé un muro di incomprensioni reciproche. La persona con SM può sentirsi incompresa, lasciata sola a combattere e a resistere; ma anche il familiare o l’amico possono sentirsi in difficoltà, non comprendere o non riuscire ad accettare emotivamente le difficoltà del proprio caro.

Uno strumento per abbattere questo muro è quello della comunicazione: può essere utile informare il proprio familiare sugli aspetti medici della Sclerosi Multipla, esprimere il proprio bisogno di condivisione e anche la propria frustrazione nel non sentirsi capiti. Se tutto ciò non funziona, è comunque importante non cadere nell’aspettativa di comportarsi da eroe impassibile.

Difatti, solo una volta che si prende atto delle proprie difficoltà risulta possibile farsene carico e trovare poi un nuovo equilibrio. Proprio per questo ci sembra più sensato prendersi il diritto di lamentarsi: né vittima né eroe, semplicemente essere umano.

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