Quando il farmaco diventa alleato

Quando il farmaco diventa alleato nella Sclerosi Multipla
Il farmaco per la cura di sé

Un evento degno di riflessione è riservato alla prescrizione del farmaco effettuata dallo specialista nel momento in cui si ha la certezza della diagnosi di Sclerosi Multipla.

Si tratta di un momento importante, in cui bisogna fare i conti con una nuova realtà che è importante iniziare a conoscere.

Il farmaco: questo (s)conosciuto?

Cos’è il farmaco? Ovviamente il neurologo darà ampie descrizioni del principio attivo e delle modalità di somministrazione; aggiungerà, poi, i possibili effetti collaterali che l’assunzione del medicinale stesso potrebbe comportare. Parole, queste, che la persona terrà a mente e che può riscontrare nel quotidiano, nel momento in cui inizia il trattamento farmacologico. Anzitutto esistono varie tipologie di terapia e varie modalità di assunzione: si va dalla somministrazione orale giornaliera, alle infusioni mensili, alle iniezioni, ecc…

Ciò comporta in primis un doversi “sintonizzare” con il farmaco, iniziare ad organizzare la propria vita anche considerando i tempi e gli spazi in cui prenderlo. Questo primo step, però, potrebbe compiersi più o meno facilmente. Si può, infatti, trovare quasi nell’immediato un modo per conciliare i propri ambiti di vita (scuola, lavoro, uscire con gli amici) con il farmaco; oppure si possono riscontrare delle difficoltà di “combinare” le due cose. In questo secondo caso sarebbe auspicabile fare delle “prove”e “allenarsi” nel trovare un orario o uno spazio che meglio si confaccia ai propri impegni o ai propri momenti da dedicare a sé e all’altro.

Le collateralità del farmaco: una riflessione

Una volta immessi sulla frequenza ottimale per la persona, può sopraggiungere la questione degli effetti collaterali che concretamente questo o quel medicinale provocano sull’organismo. Si tratta di un ampio range di sintomi che si vanno ad aggiungere a quelli propri della malattia: si possono riscontrare  spossatezza e stanchezza; sintomi febbrili o influenzali; vomito o dissenteria. Così anche il cortisone che, assunto durante un’improvvisa ricaduta e dunque in una condizione di emergenza, può provocare ad esempio rossori del viso; gonfiori; fino ad arrivare ad un’iperattività o a disturbi del sonno.

Si ci trova, dunque, di fronte a delle situazioni che inevitabilmente possono avere un impatto sulla propria vita in tutti i suoi settori, e per questo si può iniziare ad avere una sorta di sfiducia nei confronti del farmaco, nel senso che si inizia a percepirlo come nocivo per l’organismo anziché benefico per la malattia. A ciò può aggiungersi la credenza che «non è detto che il farmaco funzioni» poichè le ricadute sono imprevedibili, data la specificità della patologia.

Un’altra sensazione frequente consiste nella frustrazione dovuta al fatto che è necessario assumere per tutta la vita il farmaco, mentre di solito nell’immaginario comune un medicinale svolge la funzione di cura e comporta un tempo circoscritto di assunzione (come per febbre, mal di gola, gastriti, ecc…).

Subentra, talvolta, anche una sorta di illusione di stare bene, derivante dal fatto che non si avvertono sintomi, e di conseguenza si sceglie di non prendere il farmaco anche per anni; così però si può andare incontro ad un peggioramento ed un aumento di lesioni proprie del decorso della malattia. È invece importante assumerli con continuità, in quanto il farmaco funge sia da strumento di “prevenzione” delle recidive che di trattamento a lungo termine.

Imparare a conoscere il farmaco

Come prima cosa è consigliato rivolgersi al neurologo al fine di spiegare gli effetti collaterali del farmaco sull’organismo. In questo modo è possibile regolare sia l’assunzione ed eventualmente cambiare farmaco, come se si cucisse un vestito su misura per ognuno. È bene, inoltre, pensare al farmaco non essenzialmente come “guaritore”, ma anche come ad un elemento di prevenzione, che punta ad arginare i danni che la malattia potrebbe provocare e a rallentarne il decorso, oltre che ad aiutare a sostenere una qualità della vita che sia il più possibile vicina alla vita prima della diagnosi.

È importante sottolineare, infine, che è assolutamente normale provare tutte le sensazioni sovracitate e i pensieri talvolta angoscianti e conflittuali che ne derivano. E alla luce di ciò è anche comprensibile che si possa pensare di sospendere o addirittura di voler non prendere più il farmaco. Bisogna, però, considerare il farmaco come alleato, occupandosi, così, di sé stessi, della propria salute, riflettendo ed elaborando le emozioni che sorgono in questo periodo con l’aiuto di uno specialista con il quale aprire uno spazio di parola, di ascolto e di sostegno.

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