Sclerosi Multipla tra sorpresa e paura

Sorpresa e paura nella Sclerosi Multipla
Lo shock per la diagnosi e la paura di cosa potrà accadere sono emozioni che possono travolgere la persona con Sclerosi Multipla

Le emozioni che spesso possono quasi “invadere” la persona al momento della diagnosi di Sclerosi Multipla consistono nella sorpresa e nella paura.

Si tratta di stati psicofisiologici che durano generalmente pochi istanti, conseguenti ad un momento così inaspettato come il ricevere tale notizia.

Tempo e senso della sorpresa

Si rimane sorpresi per vari motivi: innanzitutto per la scoperta di una malattia di cui fondamentalmente non si sa molto, se non il conoscere la propria accezione negativa e la mancanza di una “cura” data una volta per tutte segnando, così, un confine tra l’essere sano e l’essere malato (ne abbiamo parlato qui); inoltre si può provare incredulità rispetto all’avere questa malattia e si può pensare: “Non è possibile che sia capitato a me”.

Si può anche non capire quali possano essere le cause per le quali si riceve tale diagnosi, ne consegue lo “shock” relativo al momento in cui si ci trova nella stanza con il neurologo e in cui vengono pronunciate le parole che attestano uno stato di malattia alla persona in attesa di sapere, di dare un nome a ciò che gli sta capitando e, nel preciso istante in cui tale nome viene enunciato, ciò potrebbe provocare una breve ma molto intensa concentrazione di questa emozione.

La paura di ciò che non si può sapere

È possibile anche restare in uno stato di sorpresa e di incredulità nel tragitto per casa o una volta tornati nell’ ambiente familiare. Si inizia, così, a riflettere; a fare pensieri di diverso genere; ma soprattutto si possono provare altre emozioni.

La paura è una di queste, ed è il caso che venga presa in considerazione. Dopo il turbamento che deriva dall’aver provato sorpresa, e dato il fatto che il medico non pronuncia una prognosi certa (la quale potrà essere approssimativa comunque dopo 10 anni dalla diagnosi), si può iniziare innanzitutto a pensare all’ignoto che tale diagnosi ha provocato, nel senso che si comincia ad aver paura di ciò che il futuro potrà prospettare, di ciò che potrà cambiare nella vita di tutti i giorni, senza sapere di preciso cosa accadrà.

Si tratta, in altri termini, della paura di ciò che non si può conoscere in quanto ogni persona potrà sviluppare la malattia seguendo inclinazioni diverse, anche e soprattutto sulla base del la variabilità genetica e sull’ impatto emotivo che può incidere sull’ andamento e il decorso (ne abbiamo parlato qui).

 La paura attraverso i miti

Altra paura riguarda le ricadute e la questione relativa al non sapere il momento in cui esse possono verificarsi. È come se una “spada di Damocle”, una minaccia incombente, si celasse dietro l’angolo, senza mai avere la possibilità di sapere quando si paleserà. Dunque si può provare la paura di un pericolo che potrebbe realizzarsi da un momento all’altro.

È possibile, quindi, considerare che la paura potrebbe concernere anche il corpo e i propri punti di fragilità; il non poter conoscere cosa potrà accadere sul corpo nel lungo periodo; quali sue parti potrebbero essere coinvolte prima o dopo durante l’intero arco di vita della persona.

La paura di parlarne

Ultimo ma non ultimo è il porre l’accento sulla questione “paura di dire di avere una malattia”, paura di mettere in parola, del riferire all’altro cosa sta accadendo, paura di una reazione eccessiva o sminuente da parte dell’altro (ne abbiamo parlato qui).

Una volta elencati i punti di cui sopra, diviene possibile riflettere in primis sulla possibilità di mettere in parola la propria sorpresa e la conseguente paura.

Si pensi ad uno spazio di ascolto e dialogo in cui diviene possibile scoprire che tali emozioni non posseggono esclusivamente una valenza negativa; all’esplorazione della sorpresa di poter vivere la quotidianità compiendo delle azioni che si pensava potessero essere impossibili da compiere; alla sorpresa di poter vivere una vita quanto più possibile in continuità con la vita che è stata vissuta fino a quel momento.

È possibile, inoltre, scoprire che la paura potrebbe avere non solo effetti “immobilizzanti”: una volta espressa, potrebbe anzi mobilitare la persona, potrebbe essere un “propulsore a vivere”, a fare ciò che si vuole fare, non essendo più agganciati esclusivamente a una possibile fantasia che la malattia può solo “danneggiare”, ma rimanendo sul piano di realtà che permette anche di capire che avere la SM non significa identificarsi in toto con essa (ne abbiamo parlato qui), ma semplicemente includerla nella propria storia personale, fatta di vita degna di essere vissuta nel migliore dei modi.

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